Gianluca Basile, la terza maglia ritirata dalla Fortitudo
Operazione pressochè impossibile qualche tempo fa, quando i numeri di maglia disponibili erano pochi (dal 4 al 20 in Italia, addirittura solo fino al 15 in Europa), ora le cerimonie dei ritiri di numeri legati a chi ha fatto la storia di un club stanno diventando più frequenti, e quella di Gianluca Basile è la terza, in ordine cronologico, per quello che riguarda la Fortitudo. Prima infatti ci furono quella di Schull e quella di Ruben Douglas: abbastanza regolare l'ultima, successiva al decesso del Serpentaro, un po' polemica la prima. Quando cioè fu la società del decadente Faraone, quasi come ultimo gesto prima della non iscrizione (eravamo nella primavera del 2010), a fare una scelta che parve più che altro un tentativo di arrogarsi una vecchia gloria in un momento dove la cronaca chiedeva ben altro. Basile, si tocchi pure l'interessato, è il primo ritirato a poter assistere alla cerimonia, essendo ancora in vita.
Arrivato in F in modo rocambolesco - nell'inverno 99 era già stato promesso alla Virtus, tanto che in un Reggio-F i fossaioli gli cantarono spesso bastardo bianconero, prima che le logiche del mercato spingessero il Baso in biancoblu e Chiacig nel Tricolore - Basile ha vissuto l'epopea di chi prima era stato un semplice scudiero di giocatori più carismatici di lui, per poi diventare capitano, guida, leader indiscusso. Non usando sempre e solo la 5 che verrà ritirata, dato che ad esempio il giorno dello scudetto a Treviso sul suo petto c'era la 9, tanto che oggi sul Corriere di Bologna l'esperto in araldica fortitudina Enrico Schiavina si chiede se non fosse più giusto ritirare la 5 di Picchio Orlandi, sulla base che l'ormai ottantenne icona anni ‘70 abbia incarnato di più l'essere che non l'avere, avendo Picchio vinto meno ma giocato più stagioni. E notando cinicamente che, quel giorno a Treviso, il 5 la indossava Marko Jaric.
Però va riconosciuto il fatto che Basile sia l'unico giocatore che con ‘sta maglia ci abbia vinto due scudetti, ad esempio. O che anche la sua crescita, tirando fuori doti che all’arrivo non gli erano assolutamente accreditate, sia stato qualcosa di fortitudino, ovvero l'andare oltre i propri limiti. Certo, fosse stato davvero fortitudino avrebbe dovuto lasciare la Effe dopo una sconfitta, e non dopo il trionfo di Milano. Ma qui si entra nel folklore: di certo, il dopo Bologna del Capitano è stato tanta roba, compreso anche quel suo ritorno nel 2008 millantato da chi addirittura gli intitolò la campagna abbonamenti (ve la ricordate? E' tornata una stella, con tanto di foto dei dirigenti sotto il suo poster) e che mai, fortuna sua, si realizzò.
Ad ogni modo, al netto delle tempistiche - non c'è una vera e propria motivazione per farlo oggi - ci sta celebrare chi ha fatto la storia della Fortitudo, magari facendo notare che anche da queste parti si possa creare una Hall of Fame come dall'altra parte della città. E, in fondo, avendo ormai un centinaio di canotte utilizzabili, effetti collaterali non ce ne sono. Se non magari la domanda e Myers? Ed Esposito? E Ccetera? Alla prossima.