Alberto Bucci ha vissuto intensamente, profondamente la sua vita. Anche queste ultime stagioni, rese più difficili da una malattia di cui non aveva timore di parlare, senza nasconderla. “Mi dicono: perché ne parli così apertamente? Rispondo: di cosa dovrei vergognarmi? Mica ho rubato…”

Quando il destino ha messo a dura prova la sua esistenza, lui ha fatto tesoro dell’esperienza, trasformandola in positività. Come quando, tante volte, si era trovato a spiegare che il pensiero della morte poteva trasformarsi un un inno all’esistere. “Non ho paura di morire. L’idea che un giorno io debba morire mi fa sentire vivo. Mi fa apprezzare ogni giorni che passo su questa terra, il tempo che dedico a mia moglie, alle mie figlie, ai miei affetti”.

La Virtus è sempre stata parte di questa vita, di questi affetti. Fin da quando ci arrivò per la prima volta, chiamato dall’Avvocato, da Gigi Porelli in persona. Una fiducia che ripagò andando a vincere subito lo scudetto della stagione 1983-1984. Non uno scudetto qualunque: il decimo, nella storia bianconera. Quello della Stella.

Eppure, l’Avvocato non gli aveva chiesto di diventare imbattibile. “La sua fu una lezione importante. Mi disse: vorrei arrivare a vincere uno scudetto ogni quattro anni, perché a vincere troppo si finisce per abituare la gente, in fondo anche ad annoiarla. E così, quando tornai alla Virtus chiamato da Cazzola, negli anni Novanta, e infilai due scudetti consecutivi dopo quello vinto da Ettore Messina, lui mi ricordò quelle parole: ecco, mi disse, ora la gente rischierà di annoiarsi…”

Non fu esattamente così. La gente si è divertita, con Alberto Bucci in panchina. E lui è entrato da attore protagonista nel mondo della V nera, vincendo tre scudetti, due edizioni della Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, guidando la squadra dalla panchina per sei stagioni in tre diversi periodi, diventandone presidente per volere di Cazzola nel 1996, tornando a rivestire la stessa carica vent’anni dopo, il 25 febbraio 2016.

Tanto ha fatto, nel mondo della pallacanestro, anche oltre la Virtus. Capolavori furono gli anni giovanili tra Rimini e Fabriano, travolgente la cavalcata dalla A2 fino alla finale-scudetto del 1989 alla guida della Libertas Livorno (e indimenticabile la ferita di quella sconfitta contestata e contrastata con Milano), perle preziose le Coppe Italia vinte con Verona e Pesaro e le promozioni conquistate con Fabriano, Livorno e Verona, sempre ripartendo con spirito d’avventura, senza mai paura di affrontare il futuro.

Perché per Alberto, uomo incredibilmente e totalmente moderno, la vita andava costruita vivendo il momento. “Inutile guardare il passato. Ancora meno utile pensare al futuro. Tra un attimo tutti noi potremmo non esserci e tutto quello che avevamo pianificato svanire. Bisogna avere il coraggio di gustarsi il presente e vivere pienamente ogni attimo”.

Un pensiero che la malattia aveva certamente reso più solido, ma che gli apparteneva fin dai tempi dell’adolescenza, quando ai Salesiani divenne amico di quel ragazzo che dopo aver fatto fortuna e acquistato la Virtus, lo volle accanto a sé per renderla grande: Alfredo Cazzola.

Ai ragazzi, alla loro formazione e crescita, pensava continuamente. In pieno “spirito Virtus”, che è quello di educare i giovani e prepararli alle sfide della vita, prima ancora che a quelle del campo. E spesso ne parlava, alle conferenze in cui la sua grande capacità di comunicare e motivare trovava migliore espressione. “I bambini a cinque o sei anni raccontano storie bellissime, ricche di colori e parole. Bisogna saperli ascoltare, perché altrimenti quando saranno adolescenti non ci ascolteranno più. I figli sono una ricchezza: quando torniamo a casa, cerchiamo di parlare con loro. Se non ascoltano, facciamoli parlare. E se non parlano, facciamolo noi. Un po’ alla volta si creerà il collegamento. Non abituiamoli all’assenza, non permettiamo al nostro lavoro di allontanarci da loro”.

Nel 2015, la pallacanestro italiana ha riconosciuto l’enorme contributo di Alberto Bucci, aprendogli le porte della Hall of Fame della Fip, consegnandolo alla storia e alla gloria. Lui ha accettato con orgoglio la nomina. Sempre ragionando del domani del basket, senza mai voltarsi indietro, sviluppando idee originali sulla disciplina sportiva che è stata la sua vita, con grandissima lucidità: “La pratica sportiva è cambiata. Non possiamo fermarci a guardare indietro, dobbiamo prendere atto di questo e costruire uno spettacolo sportivo adeguato, in grado di rispondere alle esigenze del pubblico. Negli sport di squadra siamo al cospetto di una rivoluzione. Bisogna ricostruire gli schemi di gioco su questo, immaginando una strategia diversa in ogni fase di gioco, in grado di esaltare la tecnica. Si può e si deve fare, per salvaguardare lo spettacolo.”

Tre anni da presidente bianconero. Vivendo subito, con dolore, quella che sembrò a tutti una catastrofe sportiva, la retrocessione di cui lui, arrivato a quella carica tardi durante la stagione 2015-2016, non aveva alcuna colpa. Avrebbe potuto salutare, invece è ripartito per riportare la Virtus dove meritava, e merita, di stare. “Non posso pensarla in queste condizioni, e non voglio abbandonare la nave”. E’ rimasto sulla tolda, a far rinascere la squadra con la forza delle parole e delle idee. In una sola stagione è arrivata la promozione, il ritorno in Serie A, poi anche un posto nella Final Eight di Coppa Italia, che non incrociava la strada della Virtus da sei lunghe stagioni. E a seguire l’avventura di Virtus Segafredo, trovando subito feeling con Massimo Zanetti, col quale ha condiviso il grande sogno di una Virtus di nuovo tra le grandi della pallacanestro italiana. L’obiettivo che la proprietà tiene ben dritto davanti a sé, da oggi anche in memoria di un uomo che ci ha creduto fino in fondo.

Alberto Bucci se ne è andato dopo aver regalato al popolo bianconero quello che sognava. Dopo avergli restituito l’orgoglio. Se oggi il PalaDozza è di nuovo un meraviglioso catino pieno di passione ed emozione, gran parte del merito è suo. Voleva che quella tornasse ad essere la casa della Virtus, e che fosse piena di luce e di calore. Riuscire a realizzare quel sogno è stata la sua ultima, grande impresa.

(m.tar.)
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