I 70 anni del Paladozza: il nostro ricordo
Il Paladozza è stata subito la mia Terra Promessa. Era il 23 ottobre 1976, e mentre altrove quella che sarebbe diventata mia suocera entrava in travaglio per far nascere quella che sarebbe diventata mia moglie, il mio primo ingresso in quella specie di infinito stanzone con gigantesca cupola arrivò perchè mio padre mi disse esco, ti porto dai nonni. Visto il mio amore per i nonni, mi avesse detto che andava a vedere una mostra di mosaici cosacchi, ora forse scriverei su mosaicicosacchi.org, per intenderci. Ad ogni modo, la partita era un Gira-Brindisi, ma ci sarebbe potuta essere qualsiasi altra cosa e io sarei rimasto comunque affascinato: le panche color bianco e oro, e il meraviglioso odore della gomma, e lo scintillio del parquet che brillava sotto un ovale di luci là, in alto, in alto, e il sudatissimo omino del Billy. E una curiosa passione per una specie di gigantesco termometro, dietro le panchine, che contava i falli prima che si arrivasse al cosiddetto bonus.
Il Paladozza, che all'epoca si chiamava solo palasport, o palazzetto, o Madison, come dicevano quelli che sapevano le cose dell'America. Era bello sempre, anche quando a giocare non erano i marcantoni con i tubolari altissimi del basket ma quegli altri con le ginocchiere della pallavolo, quando a metà anni 80 si andava il sabato cercando più che altro di intortare ragazze spiegando che ok i pettorali di John Barrett, però c'eravamo pure noi. O i concerti, che ce ne erano pochi perchè il palazzo era piccolo (colpa di Porelli che non vuole farne uno nuovo così da tenere alti i prezzi degli abbonamenti), ma quando qualcuno cantava ci si andava a prescindere, anche solo per vedere l'effetto che faceva il parquet senza i canestri ma con il palco. Era bello anche da vuoto, era bello anche da fuori, era bello sempre.
All'epoca non c'era una divisione tra Virtus e Fortitudo, perchè giocavano tutte lì, e quando venne costruito quello di Casalecchio non ci voleva andare nessuno: i primi a provare furono quelli della Effe, narrando noi siamo il nuovo che avanza, abbiamo bisogno di nuovi e ampi spazi. Tanto che nel 1996-97 la squadra di casa in Azzarita era la V, per intenderci. Poi gli anni in cui tutti andarono in periferia, mentre il Paladozza cadeva quasi in disuso,.o utilizzato solo per le registrazioni di un programma musicale, Taratatà, dove ricordo solo la presenza della bellissima, bellissima, Jennifer Paige, in una puntata. Nel tempo poi era cambiato: via le bellissime panche e dentro i seggiolini, cambiati i tabelloni, dato che quelli originali celesti avevano la metà delle lampadine spente, e infine la decisione di farlo diventare la casa della Fortitudo, mentre la Virtus sarebbe andata altrove.
Il Paladozza, però, non è solo il Tempio Fortitudo, definizione limitata e limitante: il Paladozza è il posto più bello d'Italia, perchè ci sanno strutture più grandi, più parcheggiabili, quello che volete. Ma come si gioca qui, e come si vede il basket qui, non lo si fa da nessuna altra parte. E quel giorno, il 23/10/1976, mentre io uscivo da lì, e mentre la futurmoglie usciva a vivere, non avrei mai pensato che, anni e anni dopo, decine e centinaia di partite viste, avrei avuto la possibilità di fare robe come vedere la zona sotto, la sala stampa, il libero muoversi per tutto il campo. Emozione, lasciando anche un briciolo di odio e di invidia per mia sorella, che nel 1985 fece un saggio di ginnastica artistica proprio su quel Sacro Parquet: io, nella mia modestissima carriera da giocatore, al massimo in Furla o in Arcoveggio (con ampie mazzate). Il riscatto sarebbe potuto avvenire nel 2004, in una specie di "giornalisti contro personaggi famosi": sbagliai scarpe, e al mio ingresso scivolai fantozzianamente sotto gli occhi di uno dei Datura che non ebbe bisogno di cantarmi Yerba del Diablo per portarmi via la palla. Lì, Lui mi stava dicendo che ok, mi accoglieva come scribacchino, ma come giocatore nemmeno per sbaglio, nemmeno per scherzo.
70 anni di Paladozza, augurandotene altrettanti. E una prece: quando attraverserò il Ponte dell'Arcobaleno, una etichettina sul panchetto da giornalista che occupo da 25 anni, me la concederai? Ok, su quegli scranni si sono sedute natiche ben più importanti delle mie, ma io ci provo.