Fantinelli, "Non cambierei mai i rapporti umani per maggiori guadagni"

Matteo Fantinelli è stato ospite di Podflats.
Sei un pezzo della storia recente Fortitudo. “Sembra ieri che sono arrivato qui, ma questi anni solo volati e spero di durare ancora tanto. I matrimoni vanno fatti in due, io ho sempre dimostrato quale sia il mio volere, ovvero restare qua, poi non sarò quello che farà picchetti se la società dovesse fare altre scelte. Io spero che il rapporto continui, essere qui è un sogno ad occhi aperti che vorrei durasse il più possibile"
Queste durate nel basket attuale non esistono quasi più. “E' il coronamento di una storia: ho sempre tifato Fortitudo, vengo da Faenza dove il basket è popolare, otto anni non sono pochi e sono molto grato alla società per l'opportunità che mi è stata data”
Per esplodere però sei dovuto andare altrove. “Quando ho iniziato la carriera professionistica la Fortitudo era fallita, era un momento delicato, ma le cose non avvengono mai a caso: sono stato in giro, sono stato a Treviso, e sono tornato in un momento di maggiore maturità in una piazza ambiziosa. Fossi arrivato prima, forse le aspettative mi avrebbero sopraffatto”
Come è nata la passione per il basket? “Nasco calciatore, poi vicino a casa c'era un campetto da basket e verso i 9-10 ho iniziato lì. Ho capito che mi piaceva di più il basket, poi a Faenza questo è lo sport della città, anche per questo motivo ho continuato e, dopo, è arrivata la chiamata della Fortitudo. Ne ero già tifoso, perchè la scelta si fa subito: era la squadra composta da gente che non molla mai, quasi una ideologia, il pensiero di nascere sfortunati ma con la voglia di rivalsa e di non avere rimpianti, dopo aver dato tutto, se non arrivano le vittorie. Io cerco di incarnare questo pensiero. Ho iniziato a frequentare il Paladozza quando sono entrato nelle giovanili, prima solo in tv, come anche il canestro di Ruben Douglas”
L'impatto con il Paladozza? “La prima è stata contro Siena, nell'unica partita persa quell'anno dalla Mens Sana. Pensare di salire quei gradoni e vedere quel tifo era un sogno, così come rappresentare la città e quella gente. Quando sono tornato, da giocatore, è stata una emozione fortissima, e sono grato a chi mi ha dato la possibilità. L'idolo era Basile, sognavo di diventare come lui: non ci sono riuscito, però spero di poter trasmettere è il fatto di impegnarsi come lui. Non ho il suo talento, ma mi ci metto tutti i giorni"
Sei stato costretto ad uno stop di un anno, però. “Sono comunque riuscito a tornare a giocare, e per questo devo ringraziare il dottor Quadrelli, che era presente già quando ero nelle giovanili. E' stato fondamentale il suo ritorno, sia per la mia carriera che per la qualità della mia vita fuori dal campo"
Altri? “Mancinelli, che poi è diventato compagno e amico. E' quello che mi ha lasciato il testimone di capitano e mi ha spiegato come prendere certe decisioni, e come far calare i compagni in una realtà difficile come questa”
Quando hai capito che il basket sarebbe stato il tuo futuro? “Tardi. A 17-18 anni sarei voluto andare in C con i miei amici, poi si guadagnava davvero poco e si faticava ad arrivare a fine mese. Vedevo il basket come qualcosa che avevo provato, ma che non sarebbe stata cosa mia. Poi sono stato chiamato a Treviso, dopo essere stato a Mantova e Recanati dove comunque si guadagnava poco: Pillastrini mi ha chiamato, ho iniziato a guadagnare cifre importanti, e lui mi ha messo in una squadra ambiziosa. Da lì gli eventi che mi hanno portato a dire che avrei potuto vivere di basket”
Anche Pilla era fortitudino. “Io sarei rimasto a Recanati. Poi andai 3 giorni in campeggio a Marina di Ravenna senza portarmi dietro il telefono, e quando lo ripresi c'erano decine di chiamate perse: il mio agente non aveva consegnato il contratto a Recanati perchè c'era questa offerta di Treviso, segno del destino. Pillastrini mi ha insegnato cosa significhi stare in una squadra che vuole vincere, e mi ha dato fiducia: avevo spesso la palla in mano, mi ha permesso di fare il giusto step mentale”
Ha sempre detto che dovresti avere più fiducia nel tuo tiro. “In realtà io tiro poco in generale, anche se quando lo faccio le percentuali sono sempre state accettabili. Vivo il lato romantico del basket, a fine carriera rimangono i rapporti umani, e questo forse mi ha frenato: non ho mai puntato alla serie A, a Treviso come a Bologna sogno la promozione per festeggiare, ma quello che conta sono i rapporti costruiti con amici e tifosi. Non lo cambierei mai per una vittoria o per una carriera con più guadagni e ambizioni”
Tiri poco, ma sempre al momento giusto. “Penso principalmente ai compagni di squadra. Caja è bravo ad esaltare le mie caratteristiche”
I canestri che più ricordi? "Quello contro Brescia in Coppa Italia in serie A, poi uno contro Cremona in gara 3 in casa per andare alla quarta, o l'anno scorso contro Cantù in gara 4. Ma gioco qui da tanto, grazie al cielo ce ne sono tanti.
La tua peculiarità sono gli assist, sempre tra i primi in classifica. “Non ho mai guardato le statistiche, mai, nè mie nè di altri. Il premio individuale non mi interessa, preferisco che la squadra sia coesa e vincente. Non guardo l'assist apposta, cerco solo di dare una mano ai compagni, metterli in ritmo”
Qualcuno che ricordi in particolare? “No, penso solo che un assist renda felici più persone”
Gli ipercritici dicono che ora gli assist sono conteggiati in modo diverso, ce ne sono di più. “Non so come funzioni la regola, ma ripeto che non c'è nessun interesse nelle cifre”
Il ricordo più bello di questi anni? “L'emozione più grande è stata la vittoria del campionato, una giornata indimenticabile, c'era un senso di appagamento e felicità condivisa con un popolo che ci ha portato in trionfo”
Quello meno bello? “Ci sono stati momenti bui. La retrocessione, anno in cui giocai solo nell'ultimo mese, con tutti i problemi che c'erano fuori dal campo che portarono ad un esito inevitabile. Arrivammo a giocarci l'ultima partita con Napoli, ma se anche l'avessimo vinta non sarebbe cambiato molto. E penso a come i tifosi, dopo tutte queste peripezie, ci siano sempre vicini”
Nel periodo del lungo infortunio cosa pensavi? “Io nelle difficoltà tendo ad isolarmi, è stato un periodo di solitudine mentre mi era stata tolta la cosa che più amo. Iniziai a parlare di extrabasket, cercare di avere una vita normale, poi per fortuna le cose si sono risolte e sono tornato a giocare recuperando al 100%. Momenti che ti fanno crescere”
Eri arrivato anche nel giro della Nazionale. “Nessuna recriminazione, qualsiasi cosa mi avesse allontanato dalla Fortitudo non mi avrebbe reso felice. L'aver rappresentato questa società e questi tifosi colmerà qualsiasi rammarico”
Un augurio? “Poter giocare il resto della stagione ad armi pari con le altre, senza infortuni. Sia con Trapani che l'anno scorso abbiamo faticato, così anche adesso”
La cosa che più ami di Bologna? “Sono un bolognese adottato, ce ne sono tante. Sui social pubblico poco, solo storie di cibo"
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