Jakovljevic: non ho mai pensato che sarebbe stato meglio restare assistente. Felice e onorato della mia esperienza alla Virtus

In una lunga intervista a Basketball Sphere Nenad Jakovljevic ha raccontato la sua esperienza alla Virtus, in cui è stato assistente e poi anche capo-allenatore, dopo l'esonero di Dusko Ivanovic. Le principali dichiarazioni dell'ex tecnico bianconero.
Il lavoro del capoallenatore e quello dell’assistente differiscono sotto molti aspetti. Come assistente, il compito principale era essere il miglior supporto possibile per la squadra, il capoallenatore e ogni singolo giocatore. Mi sono sempre concentrato sulla ricerca di soluzioni e sull’anticipazione dei possibili problemi, in modo da evitarli.
Alla Virtus ho attraversato quasi tutte le possibili fasi del lavoro di un assistente. Al mio arrivo con Luca Banchi ho iniziato come video coordinator e allenatore per lo sviluppo dei giocatori. Nella stagione successiva, da assistente, mi sono concentrato sulla preparazione e sull’analisi delle partite di EuroLeague. Con l’arrivo di Ivanovic, il mio compito principale è diventato lo scouting di tutti gli avversari: insieme agli altri allenatori filtravo le informazioni e le caratteristiche delle squadre per presentarle al coach. Anche il self-scouting dopo ogni partita era una parte estremamente importante delle mie responsabilità.
La fiducia ricevuta dalla dirigenza ha inevitabilmente comportato una nuova distribuzione dei ruoli: «Il lavoro del capoallenatore comporta responsabilità molto maggiori in ogni aspetto della gestione della squadra. Considerando il momento della stagione e il grande numero di partite concentrate in poco tempo, non volevo introdurre cambiamenti radicali. Abbiamo aggiunto o adattato gradualmente alcuni aspetti del nostro gioco, sia in difesa sia in attacco. In tutto questo, naturalmente, volevo lasciare anche la mia impronta personale. È certamente una responsabilità enorme succedere a un allenatore così grande come Ivanovic. La responsabilità aumenta ulteriormente considerando che è accaduto alla Virtus, un club che ha sempre le più alte ambizioni possibili. Ero consapevole delle dimensioni della sfida e di tutto ciò che mi aspettava.
Il rapporto con il gruppo: «Non mi sono mai considerato il “poliziotto buono” o quello cattivo. Fin dall’inizio della mia carriera mi sono guidato con una domanda: indipendentemente dalla posizione che occupo, come posso aiutare la squadra e il capoallenatore? Questa idea mi ha aiutato moltissimo. Da capoallenatore, prendere quotidianamente decisioni, a volte importanti e altre meno, rappresenta uno dei compiti principali. Ho affrontato questa parte del lavoro con un grande senso di responsabilità».
Fin dall’inizio della stagione ero parte della squadra. Da assistente avevo partecipato alla costruzione del gruppo, alla definizione dei principi offensivi e difensivi, della cultura e di tutto ciò che una squadra come la Virtus deve possedere. In questo senso il mio lavoro è stato agevolato. Allo stesso tempo, passare da assistente a capoallenatore durante la stagione, soprattutto nella fase conclusiva, è una grande sfida: si decidono molte cose e ogni partita è estremamente importante. Ho ricevuto un sostegno davvero grande da tutti i giocatori durante l’intero percorso. Ho percepito il loro appoggio e anche la loro volontà di essere guidati e allenati. Naturalmente mi dispiace che non siamo riusciti a raggiungere la finale e a competere per lo Scudetto. L’accesso alla finale era una delle condizioni necessarie per proseguire il rapporto con il club. Allo stesso tempo è stata un’esperienza estremamente importante, che mi ha insegnato moltissimo e mi ha preparato ulteriormente per tutto ciò che verrà».
La corsa della Virtus si è fermata in semifinale contro Venezia e il tecnico ha individuato soprattutto nelle assenze una delle cause dell’eliminazione: «Dopo una battaglia è facile fare il generale, come dicono gli anziani. Ho utilizzato le ultime settimane per analizzare dettagliatamente non soltanto la serie contro Venezia, ma anche tutto quello che è stato fatto e imparato durante il mio lavoro alla Virtus.Per tutta la serie abbiamo avuto problemi davvero grandi nella posizione di playmaker. Abbiamo dovuto cercare continuamente soluzioni alternative forse nel ruolo più importante della squadra. Non potevamo contare su Alessandro Pajola e Luca Vildoza, né sull’ala titolare Derrick Alston Jr. Il rimpianto più grande resta proprio quello di non essere stati al completo. È stata una sfida enorme anche perché avevamo davanti una Venezia di grande qualità, allenata molto bene da Spahija.
Senza conoscere il basket non si può andare da nessuna parte in questo mestiere. La posizione del capoallenatore richiede certamente questo, ma anche altri elementi come la psicologia, i rapporti interpersonali, la leadership e la capacità di delegare compiti e responsabilità.
Nessun rimpianto, invece, per avere accettato l’incarico: Non ho mai pensato neppure per un momento che sarebbe stato meglio restare assistente. Ho accettato la nuova sfida con una grande voglia di dimostrare il mio valore. Se guardo al quadro generale di tutto ciò che è stato fatto nelle ultime tre stagioni alla Virtus, mi sento davvero onorato, felice e soprattutto un allenatore migliore».
Jakovljević aveva già guidato la Virtus in EuroLeague due stagioni prima, in una partita dal forte significato personale: La prima gara di EuroLeague che ho diretto da capoallenatore fu contro la Stella Rossa, proprio il club nel quale avevo lavorato prima di arrivare alla Virtus. Il destino volle che anche la mia ultima partita sulla panchina della Stella Rossa fosse stata a Bologna, contro la Virtus. Non sono mai fuggito dalle emozioni: credo che siano una nostra forza e uno strumento di lavoro. Ammetto che quella prima partita fu molto emozionante. Sottolineerei soprattutto la velocità con cui si giocano le gare di EuroLeague, un fattore che fa davvero la differenza.
Dopo tre anni a Bologna, il serbo preferisce guardare avanti: Tutto ciò che ho imparato e vissuto in quel periodo mi sarà sicuramente di grande aiuto in futuro. Non tornerei indietro nel tempo. Preferisco guardare avanti, verso nuove sfide, adesso però con un po’ più di saggezza. Amo davvero il basket e mi piace farne parte. Allo stesso tempo amo le sfide e le responsabilità. So di poter contribuire in molti modi alla crescita di una squadra. Naturalmente sarebbe meglio avere libertà e tempo per costruire un sistema, dei principi cestistici e la cultura di un’intera organizzazione. Bisogna però essere onesti e ammettere che nel basket europeo questo accade piuttosto raramente.
Sul futuro, infine, Jakovljević non ha escluso un’esperienza oltreoceano: «In questo momento non posso dire con certezza dove proseguirò la mia carriera. Non escludo nemmeno la possibilità di andare negli Stati Uniti per continuare a formarmi. Sono comunque convinto che tutto il lavoro, l’energia investita e la lealtà verso il gioco porteranno presto le migliori risposte possibili».