Virtus, 2ª Era (1945-1968): L’arrivo del Basket
Bologna, 1945-1968 –
La seconda era sancisce il passaggio dal dilettantismo al professionismo. Il ritorno alla Libertà nel 1945 non è privo di difficoltà, ma ben presto l’Italia riparte con grande slancio. La qualità della vita del ceto medio e popolare migliora progressivamente, accompagnando il Paese nel pieno del cosiddetto “boom economico”. In tutto l’Occidente si afferma una crescita economica senza precedenti, capace di trasformare profondamente i consumi e gli stili di vita. Anche la pallacanestro non rimane estranea a questo cambiamento. Da semplice attività sportiva e ricreativa, il gioco inizia progressivamente a confrontarsi con nuove dinamiche di mercato: il pubblico, gli sponsor e il denaro diventano elementi sempre più importanti. Emergono così fenomeni fino ad allora poco conosciuti, come i trasferimenti dei giocatori, l’arrivo degli “stranieri” e la crescente necessità di vincere. Per rimanere ai vertici non basta più il talento: occorre diventare professionali. È proprio in questo contesto che nasce il professionismo nella pallacanestro. Il dilettantismo non è più affare dei grandi.
La storia impiantistica della Virtus è un perfetto termometro dell’interesse verso lo sport da parte della cittadinanza e delle istituzioni. Dopo la guerra il Comune requisisce Santa Lucia e la Virtus usa come casa provvisoria nel 1945 la piscina coperta dell’ex Littoriale, rinominato dopo la liberazione Stadio Comunale. Nel 1946 la Virtus si sposta presso la Sala Borsa. Durante le mattine della settimana, e in special modo il venerdì, lavorano gli agenti di cambio e si danno appuntamento i contadini e i mediatori di sementi, animali, frumento e frutta per le contrattazioni del venerdì. Terminata la settimana lavorativa e il frenetico ultimo giorno della settimana, il sabato pomeriggio è dedicato all’allestimento delle gradinate e di poche poltroncine per i più abbienti. La domenica è invece il giorno delle partite, con il primo pomeriggio che vede protagoniste le formazioni giovanili, per poi giungere all’appuntamento principe con il match delle “cinque della sera”. Negli anni i bianconeri condivideranno la massima serie e l’inusuale e affascinante palcoscenico della Sala Borsa a settimane alterne con il Gira, l’Oare, la Moto Morini e la Fortitudo. Affascinante per lo sviluppo verticale dei loggioni riservati ai tifosi, per l’inusuale contesto e per il “campo in piastrelle” con la fantasia a rombi geometrici che subito richiama alla mente l’iconico parquet incrociato del Madison Square Garden. Come si è già anticipato, la Sala Borsa diventa il simbolo dell’epoca d’oro della pallacanestro bolognese; dato che in quel decennio fondamentale per il basket felsineo nell’arco 1946-1956 la Virtus vince 6 scudetti, di cui 4 consecutivi dal 1945-46 al 1948-1949.
Nonostante lo scenario suggestivo, la Sala Borsa comporta però delle problematiche di carattere pratico e di non facile risoluzione. Ma il cambio è soprattutto mentale: la pallacanestro ormai è diventata grande a Bologna. Nasce ai vertici la necessità di una risposta alla problematica degli spazi sportivi. Il progetto e la realizzazione del Palazzetto dello Sport (oggi PalaDozza) fanno da apripista in Italia come modello di edilizia sportiva, diventando il riferimento per lo stesso Palazzo dello Sport per le Olimpiadi di Roma, proprio come il Littoriale lo era stato per la gran parte degli stadi della sua epoca. Ribattezzato da molti come “l’astronave” per la cupola e le luci, la palestra inaugurata il 9 agosto 1956 viene presto rinominata anche “Madison di Piazza Azzarita”, in onore del Madison Square Garden di New York.
Quella della Virtus di questi anni, a livello sportivo, è certamente una storia a due velocità. Una ripartenza sprint che brucia tutte le concorrenti e porta i petroniani ad un filotto di successi che inaugura la prima età dell’oro bianconera; poi seguita da anni di rincorsa alle ricche lombarde di Milano, Varese e successivamente Cantù. La ricetta segreta del primo ciclo vincente è il bilanciamento perfetto tra navigati veterani vogliosi di conquistare il primo titolo dopo troppe delusioni e giovani promettenti. Fondamentale per la crescita dei giovani talenti è la squadra B da cui emergono diversi elementi della prima squadra. Giocatore simbolo della Virtus di questi anni è Giancarlo Marinelli, capitano delle Vu nere per 20 anni dal 1932 al 1952. Gli anni ’50 tornano ad essere un tabù dal punto di vista dei risultati (nonostante riesca a fare una doppietta nel biennio 1955 e 1956), dato che la Virtus arriverà per ben 7 volte seconda. Sono i primi anni in cui si incomincia a perdere la parte ludica e inizia a imporsi la natura più moderno-sportiva; cioè, il fatto che le squadre e i loro allenatori iniziano a curare maggiormente la preparazione della tecnica del giocatore e delle tattiche di squadra. Un altro aspetto che segna un cambiamento è il fatto che dal 1950 al 1956 la Virtus disputa e vince 7 tornei amichevoli all’estero (tra l’altro gli unici 7 vinti fuori dall’Italia nella sua storia). In un tempo in cui non c’erano ancora le coppe europee furono i primi significativi trionfi fuori dai confini.
Un altro passaggio verso il professionismo è rappresentato dalle sponsorizzazioni. La prima storica partnership delle Vu nere sono le bolognesi Officine Minganti nel 1953. Il maggior richiamo di pubblico spinge infatti le società a ricercare finanziamenti per mantenersi su livelli che portino visibilità e tifosi. Questo aprirà un tema tra 1962-69 con l’ingresso prima di Knorr nel 1962-65 e poi di Candy nel 1965-69, dato che si assiste a un prepotente ingresso degli sponsor. Lo sconvolgimento della divisa si realizza prima con Knorr che fa richiamare il proprio logo tramite maglia gialla, calzoncini verdi ed epurazione della V; poi con Candy, dalla maglia azzurra e il pantaloncino rosso. È dopo questi anni che il tema della tutela dell’identità prende piede in Virtus, con portabandiera della “virtussinità” l’avvocato Porelli. È grazie a questa maggior liquidità che la società può finanziare, proprio nel 1953, l’arrivo di talentuosi giocatori provenienti da fuori Bologna come Achille Canna, Antonio Nino Calebotta, Gianfranco “Dado” Lombardi e Corrado Pellanera che negli anni faranno la storia della società. Gli anni successivi saranno quelli delle lombarde con una Virtus obbligata a rincorrere, complice la maggior forza economica delle contendenti al titolo, fino alla stagione 1968-1969 che segna uno spartiacque decisivo nella storia della Vu nera con l’arrivo dell’Avvocato. Ha lì inizio la terza era.
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