I giorni che precedono l’inizio del campionato sono sempre quelli più emozionanti, se vogliamo. Perché dopo tre mesi di basket parlato la palla torna a rimbalzare, perché tutte le disquisizioni sulle squadre trovano finalmente un qualcosa di concreto con cui confrontarsi, perché alla fine seguiamo questo sport per le partite e non per una qualche boutade di mercato o per commentare gli scrimmage di metà settimana.

Si riparte, tre mesi dopo gli spumanti stappati a Trieste, con la Virtus che si riaffaccia alla massima serie dopo solo un anno di purgatorio, e sappiamo benissimo, conoscendo la categoria, quanto paludosa sia la A2 e, quindi, quanto grande sia stata l’impresa di Ramagli e soci. Chiaro che la Segafredo non sarà una neopromossa canonica (e come forse la stessa Virtus era stata nel settembre 2005): ci sono ambizioni, ci sono stati interventi di mercato non indifferenti, c’è spazio per ulteriori inserimenti. Insomma, avete capito. Soprattutto pensando ad una massima serie dove bastano pochi incroci positivi e qualche scelta azzeccata per arrivare, per dire, almeno in semifinale. E la Virtus, un turno playoff in serie A, non lo vince da 11 anni.

Si riparte con la Fortitudo che guarderà indietro di una trentina d’anni, visto come Boniciolli a inizio preparazione abbia infilato la foto di Paulo Roberto Falçao nel suo armadietto: secondo, terzo, primo. Con il pubblico solitamente diviso tra chi per il proprio coach si butterebbe nel fuoco, e chi invece è pronto a criticarlo anche solo per eventuali errori nella rasatura della barba. La squadra c’è anche se è più anomala di quelle passate, con età media alzata e annessi e connessi. Per una volta, la Fortitudo di ottobre rischia di essere migliore di quella di maggio, almeno per quello che riguarda l’inevitabile faccenda per cui a 23 anni cresci, e a 35 cali.

Si riparte poi tutti insieme appassionatamente al Paladozza, roba che non capitava da quasi un quarto di secolo. In mezzo c’è stata l’iniziale scelta casalecchiese della Fortitudo (prima a superare i confini comunali nel 1996), poi il successivo legame tra l’antico “Palamalaguti” e la Virtus e quello tra il Paladozza e la Fortitudo, e i vari annessi e connessi. Ora, tutti di nuovo sotto lo stesso tetto. E, visti gli abbonati bianconeri, è difficile pensare che qualcuno abbia storto il naso pensando alle difficoltà di parcheggio o alla convivenza. Ci saranno problemi strutturali? Possibile: vero che duemila anni fa giocavano tutte e due, coppe comprese, e nessuno brontolava. Ma ora ci sono faccende diverse: i brand, gli sponsor da appiccicare sul parquet, i seggiolini colorati. Roba che, per farci capire, Porelli e Gambini non dovevano affrontare.

Bene. Sono gli ultimi giorni prima della ripartenza ufficiale del campionato. Godiamoceli in serenità, poi come si suol dire, avanti coi carri. Buona stagione.


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