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In una lunga intervista al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli, Carlton Myers ha parlato tanto anche di Bologna. Qualche estratto.

La rivalità con la Virtus. “Puoi perdere il campionato, ma non il derby, estremizzando. I tifosi Fortitudo sono molto diversi da quelli Virtus, sono su un altro livello di sentimento. Ancora di recente ho visto una famiglia, a Bologna, e ho percepito l'affetto anche dei giovanissimi che non mi hanno visto giocare. Il sentimento con cui si vedono i giocatori Fortitudo è unico. La rivalità non dovrebbe essere astio irrazionale, ci sono anche coppie che tifano diversamente e il giorno del derby stanno sulle loro parti. Sicuramente la coreografia della curva Fortitudo è sempre stata un passo avanti, mentre ricordo una simpatica coreografia Virtus l'anno dopo il nostro scudetto: il nostro sponsor era PAF, e loro scrissero Provaci Ancora Fortitudo”

Le finali perse? “Le prime le ho vissute male, poi nel 2000 dominammo il campionato e i playoff, prima di perdere gara uno di finale in casa. Lì fu un grosso problema, perchè è devastante pensare che poteva arrivare un'altra sconfitta. Arrivò una condizione di non ritorno, si giocava di nuovo dopo 36 ore, e io cercavo un modo per non giocare gara 2: avevo sempre confidato nelle mie forze, mentalità e resilienza, ‘nella mia, nella mia, nella mia’. Il Signore mi ha fatto capire che non ero nulla: mi sentivo povero e disperato, in quella situazione tutti i beni materiali non servono a nulla, quando arrivi in fondo all'abisso. Successo, fama, niente. Tutti avevano perso la fiducia in me, io per primo, e stavo cercando un modo per farmi male e non giocare: lì non c'è nessuno che possa tirarti fuori da questa situazione, se non la provi non la riesci a capire. Ho gridato aiuto, e il Signore mi ha risposto: io sono una persona pragmatica, non è misticismo, ma io ero veramente messo male e ho sentito qualcosa di forte. Dopo essere tornato a casa disperato qualcosa cambiò, e la serie cambiò. Anni dopo, l'assistente allenatore di Treviso mi chiese cosa fosse cambiato, perchè mi aveva visto finito, KO. E glielo raccontai. Il sentimento con cui ci rivogliamo a Dio deve essere sincero, il Signore non si diverte a vederci soffrire, e la mia preghiera fu semplice: ‘non so se il tuo volere è che io perda ancora, questa volta non ce la farei a superarla, ma fai come vuoi tu’. Ed entrai in campo con una forza e luce diversa, dandomi anche la capacità di avere fiducia nei miei compagni, non fu una situazione finalizzata al sottoscritto, ma aperta alla fiducia negli altri. Fu una esperienza concreta, vissuta, l'ultima partita la vincemmo con tanti uomini in doppia cifra e io a soli 12 punti: prima non mi fidavo degli altri"

Il tiro da 4. “Fu una sconfitta diversa, avevamo praticamente vinto, ma non è stato nulla rispetto alla partita persa nel 2000. Passai una brutta estate, ma non paragonabile alle ore successive a quella gara 1. Cosa era successo? Fino a pochi minuti dalla prima avevo marcato Sasha con una forza indicibile, poi mi venne fischiato fallo - l'arbitro poteva evitarlo - cercando di recuperare una palla vaganta. Eravamo avanti di pochi punti, anche se loro stavano recuperando. Io notai che Skansi non stava facendo giocare Wilkins, e lui mi rispose ‘io la partita la voglio vincere’: non lo avessi mai detto… Rimasi colpito da questa frase, e lui lo rimise in campo. A 20” dalla fine fecero fallo su Fucka, sul +3, mise un libero e si girò ad esultare: io ho sempre pensato che durante i liberi si debba stare concentrati e si debba fare in fretta. Lui si distrasse, e io mi spaventai perchè non mi fidavo di Sasha: era talmente forte e spietato, termine che rende l'idea, che contro di lui non potevi mai distrarti. Fucka sbaglia, e lì Wilkins avrebbe potuto fare di tutto e fece fallo. In realtà per me non era fallo, non lo prende, ma sicuramente fece un gesto che indusse l'arbitro - che era dall'altra parte - a fischiare. Un 3+1 non succede spesso, non certo in quel contesto. Rivers, il miglior play d'Europa, corre giù e perde palla, altra cosa mai successa"

La rivalità con Danilovic. “Lo rispettavo, come lui rispettava me, ma in campo entrambi volevamo vincere a tutti i costi. Io non ho mai creduto nel trash talking, di certo ci sono stati scontri e contatti ma non per farsi male. Una volta la tensione si è alzata parecchio, in Eurolega: c'era tanta pressione, e ogni giocatore la vive in modo diverso. Basile poi l'ha riconosciuto, quella che subiva lui (così come il suo stipendio) non era paragonabile al mio, quindi arrivi a quelle situazioni dopo una serie di cose. Io di pressioni ne ho vissute tante: l'arrivo a Rimini, il colore della pelle, la separazione dei miei, non avevo bisogno di altre cose. Razzismo? Diciamo che a Varese non sono mai stato particolarmente amato, anche se di recente sono stato invitato da una associazione di tifosi, carinissimi”

 

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