(Foto Pallacanestro Trieste)
(Foto Pallacanestro Trieste)

Coach Jamion Christian, come ci si sente a cavalcare alla guida di Pallacanestro Trieste un’onda di 8 vittorie consecutive, per una serie ancora aperta?
“Un allenatore deve essere sempre pronto a vivere tutti i momenti, buoni o negativi. Questo è un momento positivo, che ha un impatto sull’umore dello spogliatoio. Il lavoro da fare resta molto, ma c’è grande fiducia ad affrontarlo ogni giorno”.
- Due mesi fa lei era nell’occhio del ciclone.
“E’ una lega molto bella per qualità di squadre, allenatori, giocatori. Ogni gara è una battaglia, la puoi vincere o perdere, ma da tutte puoi imparare. Anche dopo quelle tre sconfitte consecutive non abbiamo mai pensato di non poter inseguire i nostri obiettivi. Le regola è sempre una, lavora su ciò che puoi controllare”.
- Di quel periodo difficile, di forte critica da parte di tifosi e media, contornato da scetticismo, cosa l’ha infastidita di più?
“Le critiche sono state severe, ma non mi hanno toccato più di tanto. Io ho il mio sistema ed ero certo che avrebbe aiutato la squadra ad invertire quella tendenza. Nella mia carriera al College ho avuto stagioni da metà classifica o da bassa classifica. Nei momenti difficili ciò che conta è avere collaborazione, dal Club e dai giocatori. I tifosi? Sono qui per questa atmosfera, per la loro passione. Non credo sia mai mancato rispetto. Erano delusi ma avevano ragione. Giocavamo male”.
- La storia della stagione tende a dire che si trattava solo di tempo. Tutto nuovo: progetto, allenatore, straniero in un campionato nuovo, squadra. Ma per gli allenatori il tempo scorre più veloce, se le cose non vanno bene.
“E’ tutto nelle mani delle persone. Sei hai lo spirito giusto per competere, l’energia, la sconfitta può far male, ma i problemi fortificano. Abbiamo continuato a lavorare nello stesso modo. Se hai attorno le persone giuste, nel Club come nello spogliatoio, non sono tre sconfitte che ti possono far pensare che sia tutto sbagliato. I momenti difficili arrivano per tutti. Noi ci siamo già passati. Ed  ho sempre avuto fiducia nei miei giocatori”.
- Da fuori, il Club è apparso solido nei suoi confronti. Difendendo la scelta. Non è così comune.
“Ho sempre avuto fiducia in me stesso. Come rookie coach di questa lega ho continuato a studiare e lavorare, guardando tante partite, di Eurolega ed altri campionati. Per capire ed avere sempre più informazioni. Dalla Società, attraverso la proprietà di CSG ed il general manager Mike Arcieri, ho sempre avuto e percepito fiducia”.
- Una fiducia che ha sentito anche all’interno dello spogliatoio?
“Non sono uno che urla ai giocatori, né davanti alla porta né dentro lo spogliatoio. Lì dentro so di avere gente di leadership, come Ferrero, Filloy, Ruzzier, Brooks per quanto sia un rookie. Voci forti. Ma tutti allineati sul fatto che questo processo di crescita meritasse di andare avanti assieme”.
- La gara di andata con la Fortitudo Bologna è stato un “no-contest” game. La peggiore della sua gestione, al momento?
“Non è stato piacevole, ci hanno spento la luce, distrutto come squadra. Hanno messo in campo tonnellate di esperienza più di noi. Allora devi rifugiarti in te stesso. Essere capace di imparare e veloce nel farlo. Posso dire oggi che guido una squadra che sa imparare”.
- Una stagione è spesso fatta di partite che la fanno girare. Andate a Piacenza senza Reyes, ma Filloy infila 9 triple, compresa quella della vittoria. Poi il derby con Udine, vinto con una tabellata di Brooks sulla sirena. Vincere due partite di tre punti non placa gli scettici. Ma ha certamente aiutato voi.
“Non ci siamo sentiti obbligati a chiedere scusa per aver vinto in quel modo… La stagione racconta quanto pericolosa sappia essere Piacenza. O forte Udine. Abbiamo analizzato quelle due partite, le cose fatte bene e male, e proseguito. Contenti per aver vinto, dimostrando qualità. Altrimenti le avremmo perse, senza Reyes e giocando male con Udine. Cosa hanno cambiato? Nulla. Obiettivo: essere ancora migliori, dal giorno dopo”.
- Tra le tante voci statistiche, ne evidenziamo una: nel momento buio, differenziale palle perse-recuperate -10.0. Nelle ultime 5 vittorie è sceso a -3.4.
“Ci aspettavamo palle perse nella prima fase, ma sono state troppe. Ora siamo migliorati nel movimento della palla, nelle scelte. E siamo cresciuti al rimbalzo offensivo. Tutto aiuta per un miglior bilanciamento dei possessi”.
- La vostra difesa concede quasi un 41% nel tiro da 2 e sembra lavorare meglio nella protezione dell’arco. O è una vostra specifica scelta tattica?
“Beh non posso proprio raccontare tutto… Abbiamo sicuramente buoni difensori sul perimetro, come Ruzzier e Brooks. Reyes è un giocatore molto versatile che sa essere aggressivo anche sugli esterni. Di Candussi mi avevano detto che non poteva difendere sul pick-and-roll, lo sta facendo”. 
- Si considera un “players’ coach” oppure un “coach of players”?
“Buona domanda, ma va chiesto ai giocatori… Io li alleno, devo essere performante ogni singolo giorno, con il gruppo, con la voce come con il body-language. Per me l’allenatore ha un obbligo nella comunicazione alla squadra: capire il momento”.
- La Serie A2 è considerata un campionato dove l’allenatore può mettere la sua impronta. In questo simile al College basketball da dove proviene. Accetta la similitudine?
“Se mettere l’impronta vuol dire vincere, serve leadership. Nella squadra come nello staff. Solo Michael Jordan e Kobe Bryant potevano vincere partite da soli. Il singolo è sempre più importante, ma nel senso che dalla sua crescita individuale passa quella della squadra”.
- E’ sorpreso dagli adeguamenti tattici dei suoi colleghi di A2?
“No. Sia perché ho visto molte partite di basket europeo, sia perché il livello degli allenatori è molto elevato. Non mi sono mai sentito migliore degli altri, ho solo fiducia in me stesso. E sto imparando molto. Nessuno può sapere tutto”.
- Lei predica un basket su alti ritmi, numero di possessi. Forse più da regular season. Nei playoff, dopo nove mesi di stagione, squadre più stanche, difese più fisiche, i ritmi si abbassano, le percentuali ne soffrono.
“Al College ogni playoff-game è un “do-or-die”. Qui hai una serie. La qualità della difesa dà il tuo ritmo di gioco, in America le mie squadre erano famose per essere le più veloci di tutta la NCAA. Sicuramente dovremo evolvere nel gioco a metà campo”.
- La sua difesa applica la filosofia del “mayhem”, ritmo ed aggressività, trappole disseminate sul campo. Serve una grande capacità di comunicazione tra gli atleti. All’inizio concedevate canestri facili, la comunicazione era ciò che vi mancava?
“Sicuramente… parlavamo troppe lingue… Spagnolo, americano, italiano. Diciamo che c’era qualche malinteso. Ora il livello generale di comunicazione è decisamente migliorato. Ed in campo è aumentata l’efficienza organizzativa della squadra e l'efficacia di ciò che vogliamo proporre”.
- Un suo ex giocatore disse del suo sistema: “E’ un caos organizzato”.
(ride) “Preferisco dire che è un fatto di organizzazione e posizione sul campo, la sfida è sicuramente trovare la massima collaborazione tra i giocatori”.
- Difesa aggressiva, provare a rubare palloni. Se non riesce, mangiare secondi all’attacco ed a quel punto costringere l’avversario a cercare i due giocatori che sanno andare oltre il gioco rotto. E voi sapete chi sono. Sempre meglio che difendere su cinque.
“E’ così. La difesa aggressiva riduce le chance di avere un buon attacco. E lo rende più prevedibile”.
- Per tutto questo è necessaria una grande condizione atletica. Lei è figlio di John Christian, vantava un 9.90 sui 100 metri, ed a Mosca 1980 avrebbe probabilmente corso 100, 200 e staffetta 4x100 con odore di medaglia. Poi arrivò il boicottaggio.
“Sono orgoglioso della carriera di mio padre e dei suoi insegnamenti. E poi sono arrivato qui con l’Italia campione olimpica della 4x100… Confesso che mi aspettavo Stati Uniti o Giamaica…”.
- Sabato la grande sfida a Bologna. Prima in classifica da ottobre, mancano 17 partite di stagione regolare ma in palio c’è il primato. Ed ha fascino.
“Ci sarà un ambiente elettrizzante. Una sfida giocata sul ritmo, Bologna ha una ottima transizione offensiva, fiducia nel sistema, un grande allenatore. I duelli individuali saranno la sfida nella sfida. Una di quelle partite che tutti gli appassionati vogliono vedere e vivere”.
- Sarà anche il suo debutto nell’atmosfera del PalaDozza, pressoché unica in Italia.
“Tutti me ne hanno parlato, Ruzzier, Campogrande e Candussi hanno giocato nella Fortitudo. I ragazzi non vedono l’ora, sono le partite che tutto vogliono giocare. Noi siamo competitivi ogni giorno per essere pronti a queste sfide”.
- L’Italia è un’esperienza che consiglia ai suoi amici e colleghi americani?
“Se ami il basket, questo è un Paese dove devi venire. Ma la regola è chiara: devi dare il massimo, ogni giorno”.

Stefano Valenti
Area Comunicazione Lega Nazionale Pallacanestro

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